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L'Antico Mortale
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Tra le sabbie dorate del Fenur scorre il Goole, le sue acque serpeggiano scure sotto il Sole ardente fino al punto in cui alcune basse colline rocciose costringono il fiume a piegare su sé stesso. Lì, sorge la città smeraldo Settir, un’oasi verdeggiante in cui la vita prospera rigogliosa.
In un tempo lontano e dimenticato, quando la clava aveva da poco ceduto il passo alla fionda e la caccia affiancava l’allevamento.
Fu quello il tempo e il luogo in cui nacque Azagra’hel, dal seme del dio d’ebano Mumbakr, noto come colui che osserva o come il sapiente.
Sin dal suo primo vagito, non ebbe altra guida al di fuori della madre mortale. Ella aveva osato sedurre Mumbakr, ma non aveva potuto trattenerlo al suo fianco, poiché egli è come la sabbia del deserto, eterno e inafferrabile.
Il popolo era all’oscuro delle origini del giovane e lo accolse come un semplice fanciullo. Ma le doti di Azagra’hel non tardarono a mostrarsi.
La sua curiosità non aveva limiti, la sua fame di conoscenza rivaleggiava con la strabiliante rapidità con cui apprendeva tutto ciò che gli veniva svelato. A poco più di dieci anni aveva già esaurito ogni fonte di sapere, gli anziani avevano smesso di parlargli, preferendo ascoltarlo. Poco prima di diventare adulto aveva smesso di chiedere agli umani e aveva cominciato a disquisire direttamente con la natura.
Alternava esplorazioni e studi pratici, reali, con lunghe sessioni di meditazione, astraendosi in cerca di idee e concetti ineffabili.
Il giorno in cui sul suo volto si infoltì una barba scura e piena, intraprese un grande viaggio. La madre preoccupata intuì quale fosse la meta che il figlio anelava raggiungere, ma non tentò di dissuaderlo, consapevole che il suo destino fosse ineluttabile.
Azagra’hel scalò le dune nel fresco della notte, orientandosi con le luci del cielo. Durante il giorno riposava sotto una spessa tenda che montava a ogni alba, per poi ripiegarsela sulle spalle al tramonto.
Senza timore si allontanò dal Goole, certo di saper trovare altre fonti d’acqua. I sui sensi acuti e l’intelletto sconfinato gli permisero di sopravvivere per più di un mese, fino a che il suo errare venne interrotto dalla comparsa di un uomo.
Immune alle emozioni mortali, il volto di Mumbakr accolse l’arrivo del figlio come un evento tanto atteso quanto scontato.
Finalmente Azagra’hel poté tornare a sperimentare il piacere dell’ascolto. Poté sentirsi nuovamente ignorante e svestendo i panni del sapiente si fece allievo.
Il sapere del dio d’ebano era antico quanto l’umanità stessa. Passo dopo passo aveva osservato la scimmia uomo scoprire il fuoco, elaborare l’insieme di gesti e fonemi che poi sarebbero diventati linguaggio. Con affetto paterno, l’immortale osservatore aveva memorizzato ogni piccola scoperta, ogni fallimento e ogni vittoria. Senza mai interferire, aveva pazientato dinnanzi alle prime battaglie fratricide, aveva assistito alle carestie, le epidemie, la morte e la nascita. Anno dopo anno, secolo dopo secolo.
Ma per quanto si mostrasse distaccato, l’esistenza stessa di Azagra’hel era la prova che Mumbakr aveva ceduto all’amore, almeno una volta… o forse di più.
Così quando la storia dell’umanità giunse fino al momento presente, il figlio venne congedato e il padre si voltò senza guardarsi indietro.
Azagra’hel non provò malinconia, non si sentì rifiutato o respinto. La sua mente era sopraffatta dalla mole di nozioni che aveva assorbito in quegli anni.
Si mise in cammino per fare ritorno nel regno dei mortali.
Quando varcò le porte di Settir venne immediatamente riconosciuto e il popolo fece festa, omaggiando il portatore di conoscenza. La madre riabbracciò il figlio e dopo alcuni momenti di commozione si soffermò a leggere nel suo sguardo e vi trovò il marchio del deserto. I pochi che avevano intrapreso un lungo viaggio tra le dune ed erano tornati, avevano in comune quel riflesso opaco negli occhi.
Azagra’hel sapeva bene che niente e nessuno avrebbero più potuto insegnargli qualcosa di nuovo, la sua vita mortale era destinata a spegnersi come ogni altra fiamma in balia del vento. Ma quello era il suo posto, la mente di un dio nel corpo di un uomo è come un falco che perde le piume, presto avrebbe smesso di volare.
Scelse di vivere in una piccola casa, all’esterno del villaggio, poco più in basso lungo le sponde del fiume.
Ogni giorno uomini e donne di tutte le età gli facevano visita. A ognuno era dato il diritto di porgere una domanda e per le risposte era accettato ogni pagamento: cibo, bevande, ornamenti…
Gli anni passavano e il sapere di Azagra’hel si versava sui pellegrini come acqua su una roccia. Ogni sforzo era vano, tutto sarebbe evaporato, presto o tardi.
Così, quando i primi capelli bianchi apparvero sulla testa del saggio, un’idea prese corpo e dopo notti insonni a lavorare per rendere realtà l’intuizione, Azagra’hel fece ritorno al villaggio, per mostrare il suo grande dono.
Solcando la sabbia con un bastone, poi graffiando la roccia e infine tingendo le pelli, il sapiente Azagra’hel mostrò agli umani come scrivere!
Attraverso questo strumento impagabile, il suo sapere avrebbe potuto sopravvivere al portatore e la storia poté avere inizio.
Si narra che questo fosse il piano di Mumbakr fin dal giorno in cui decise di giacere con la madre di Azagra’hel.
Ma alcuni sono di tutt’altro avviso, sostenendo che il dio d’ebano si incollerì per quanto avvenne. Adirato per aver interferito, seppur in maniera indiretta, con lo sviluppo della civiltà umana decise di allontanarsi ulteriormente, privando il popolo della sua guida in modo definitivo.
Personalmente ritengo che la leggenda di Azagra’hel sia una prova inoppugnabile a sostegno della mia teoria, secondo la quale i grandi padri della razza umana non erano due, ma bensì tre!
Ritengo che Mumbakr sia il terzo fratello di quella genia primeva su cui sto indagando. Sebbene il padre conquistatore e quello allevatore, siano due figure di cui riesco facilmente a trovare traccia, questa terza figura mi sfugge e non posso essere certo che i miti che la riguardano non siano niente più che storie e leggende che documentano il comportamento atipico di uno dei due padri.
Sarebbe lecito pensare che nei millenni, attraverso la moltitudine di culture e popolazioni che hanno interagito con queste due figure immortali, si siano create interpretazioni differenti delle loro gesta. Forse l’allevatore ha donato la scrittura al popolo segreto del Settir, non sarebbe poi troppo fuori dal suo schema comportamentale e per quanto io possa considerarmi superiore alle persone comuni, non ho la presunzione di credere di poter comprendere e prevedere le azioni di un dio.
Ma il mio istinto continua suggerirmi che ci sia un terzo soggetto.
Continuerò i miei studi…
Ephraim Levin















































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